Intervista a Quadrato, De Venuto, Miccoli, Tupputi

Quanti anni avete?
La nostra età oscilla tra i ventinove ed i trent’anni, siamo di fatto coetanei.

Quando vi siete laureati?
Ci siamo laureati nel 2015 al Politecnico di Bari.
Abbiamo iniziato a lavorare insieme già nei primi anni della nostra formazione universitaria, collaboriamo da quasi dieci anni ormai.

Rispetto alla vostra formazione, quanta distanza c’è tra il dire e il fare?
Tra il dire e il fare c’è di mezzo l’ascoltare, il toccare, l’osservare… e il mare. Tant’è che ci piace nuotare, ma soprattutto ci piace “fare”! Il “fare” è il momento più importante del nostro lavoro attraverso cui verifichiamo i principi teorici su cui abbiamo deciso di fondare la nostra ricerca come architetti.
Sia per il tipo di formazione che per le esperienze che abbiamo avuto modo di condividere dopo il nostro percorso universitario, crediamo che la conoscenza si alimenti attraverso il “fare” architettura.

Lavorate in Italia o all’estero?
Abbiamo scelto di restare in Italia lavorando nel nostro territorio. Andrea lavora come architetto a Bari dopo essere stato visiting professor all’università di Lima in Perù. Noi invece stiamo completando le nostre ricerche di Dottorato al Politecnico di Bari. Prima del dottorato abbiamo lavorato presso lo studio di architettura (dp)ª STUDIO ed insieme abbiamo capito che avremmo dovuto continuare a credere nell’architettura come strumento trasformativo del nostro territorio. Abbiamo scelto di restare. Tra il dire e il fare c’è di mezzo anche il restare.

Tre ragioni per cui vale la pena lavorare in Italia e tre ragioni per cui bisognerebbe gettare la spugna?
Tre ragioni per cui vale la pena lavorare in Italia
Ci sentiamo profondamente legati alla nostra terra ed alla bellezza dei suoi paesaggi. Ma questo non è per noi un atteggiamento di “chiusura” al mondo. Abbiamo l’opportunità di viaggiare molto per le nostre attività di lavoro e di ricerca e proprio per questo abbiamo maturato questa convinzione.
L’Italia è una terra caratterizzata da grandi bellezze ma anche da importanti criticità a cui dovremmo nel tempo dare risposta.
Seppur le occasioni di costruire non siano molto frequenti, abbiamo avuto modo di comprendere come anche nell’ordinarietà e nella quotidianeità del nostro mestiere, ci siano in realtà delle grandi opportunità di trasformazione.

Tre ragioni per cui bisognerebbe gettare la spugna
Le occasioni di progetto sono poche e, il più delle volte, il lavoro dell’architetto non viene riconosciuto nel suo valore tecnico e culturale, artistico e sociale.
Il mercato dell’architettura e la burocrazia delle sue procedure è senz’altro molto difficile, e lo è particolarmente per noi giovani architetti.
La terza ragione ci sfugge.

Sogno nel cassetto?
Il nostro desiderio è quello di vivere del mestiere che abbiamo scelto di praticare. Vorremmo crescere come architetti per contribuire, con il nostro lavoro, al miglioramento della vita degli uomini, degli individui e della società. Crediamo che ogni occasione di progetto possa essere fondata a partire da questa volontà.

Cosa vi ha ispirato del sito di progetto che avete scelto?
L’edificio su cui abbiamo scelto di lavorare è il Lanificio Al Bivo. Ci sono subito apparse molto interessanti le relazioni tra la natura spaziale dell’edificio ed il suo sistema strutturale. Il rapporto tra lo spazio e la struttura definisce senz’altro l’identità più autentica di questi grandi edifici e proprio a partire da questa relazione abbiamo operato la nostra scelta. Ad ogni modo crediamo che la nostra idea di progetto possa inserirsi all’interno di una più generale visione trasformativa di questi luoghi.

Un progetto che vi rappresenta?
Scegliere un progetto che ci rappresenta è senz’altro difficile, i nostri riferimenti sono molto diversi, ma senz’altro abbiamo i nostri “maestri”, che sono troppi per essere qui citati. E questo crediamo sia un bene. Più che un progetto potremmo dire che ciò che ci rappresenta è senza dubbio la condivisione di un metodo di lavoro e di una visione etica del mestiere, dell’architettura.

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