Intervista a écru architetti

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Simona Bertoletti, Filippo Cavalli, Antonello A. Sportillo, Giulio Viglioli

Biella, 6 maggio 2015

Qual è stata l’evoluzione del vostro lavoro dopo il Premio Federico Maggia 2013?

Con il Premio Federico Maggia 2013 écru architetti ha concretizzato un percorso di ricerca sui temi della progettazione di protesi urbane e delle metamorfosi paesaggistiche. Dopo il Premio lo studio ha continuato a lavorare su queste tematiche traducendole in architetture progettate e in parte costruite.

Quale è il lavoro più importante che avete realizzato e a cui siete più legati?

Ad oggi il lavoro a cui lo studio è più legato è anche quello più importante oltre ad essere anche il più leggero, il più curioso e il più fortunato. Si tratta del rifugio nell’uliveto comunale di San Cassiano nel Parco dei Paduli, in Salento. Realizzato nell’estate precedente al Premio. Si chiama LOVO. Si trova pubblicato anche sul numero 832 della rivista Casabella.

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LOVO

Quale pensiero vi ha guidato nella progettazione del lavoro che avete portato al Premio nel 2013?

Abbiamo costantemente lavorato per immaginare qualcosa che avesse la capacità di comunicare un’idea di architettura che ci apparteneva e che in quel momento ci appagava perché la trovavamo, e crediamo di trovarla anche oggi, adatta. Qualcosa che tenesse insieme le idee, le domande, il mestiere, il metodo.

Cosa ha guidato la scelta dei temi e dei materiali con i quali avete elaborato il lavoro?

La scelta dei temi e dei materiali è stata guidata dal desiderio di costruire da un lato un’architettura precisa, antica e banale come una scala, e dall’altro un’architettura che portasse al limite la sua dimensione strutturale e quindi onirica e “favolosa”. Questo slancio doveva anche raccontare una storia.

Che impressioni vi hanno dato gli spazi industriali dismessi in cui avete lavorato?

Più degli spazi, crediamo sia stato il colore blu ad impressionarci quando abbiamo appreso che era ciò che rimaneva di una vecchia bonifica e che era in realtà un elemento sanificante. INVENA nasce anche da tutto quel blu. Ci piace pensare l’opera come la causa di questa emorragia in questa grande e magnifica sala operatoria e anche come ultima e unica frontiera per la sperimentazione progettuale. L’opera racconta l’istante in cui questa architettura in divenire aggredisce lo spazio dell’opificio dando inizio al lento processo di nutrimento e riattivazione scandito da inattese contaminazioni, approdi e fughe, salite e discese.

Come avete vissuto il rapporto con gli altri partecipanti?

È stato un grande laboratorio. L’impressione è stata quella di lavorare con architetti che fossero tutti nel posto giusto al momento giusto.

E con l’organizzazione?

Si è piacevolmente instaurato vicendevolmente un rapporto di professionalità, coerenza, disponibilità e visione.

Cosa vorreste dire ai ragazzi che parteciperanno all’edizione 2015?

Buon lavoro!

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