Intervista a Equoatelier

Quanti anni avete?
Andrea ed Enrico 29, Anna 28.

Quando vi siete laureati?
Enrico nel 2014, Andrea e Anna nel 2015.

Rispetto alla vostra formazione, quanta distanza c’è tra il dire e il fare?
Durante il periodo universitario abbiamo approfondito, tra gli altri temi, ricerche in ambito emergenziale e di autocostruzione nei paesi in via di sviluppo. Abbiamo potuto quindi dedicarci a temi in cui reputiamo che il contributo architettonico sia necessario in modo più urgente, senza influenze esterne.
Iniziando a lavorare si ritorna un po’ con i piedi a terra; questioni economiche o burocratiche, di rapporto tra committenti e progettisti, ed altri aspetti tangibili non concedono sempre di prendere le decisioni che si reputano più nobili. L’idea per il futuro è quindi quella di trovare il giusto equilibrio tra le regole del mondo reale e gli ideali che ci hanno portato a diventare architetti.

Lavorate in Italia o all’estero?
Dopo esperienze formative in Italia e all’estero, in questo momento lavoriamo tutti in Italia.

Tre ragioni per cui vale la pena lavorare in Italia e tre ragioni per cui bisognerebbe gettare la spugna?
Vale la pena lavorare in Italia perché ci sono molte sfide aperte. Abbiamo un enorme patrimonio storico artistico da tutelare. Abbiamo molte piccole realtà insediative, caratteristica che distingue l’Italia da altri luoghi al mondo, che necessitano di nuove idee se vogliono scongiurare l’abbandono. Abbiamo aree naturali così varie da essere un patrimonio, che devono essere mantenute intatte.
Nonostante sia complicato far riconoscere la propria professionalità, nonostante sia complicato ricevere un giusto compenso per il lavoro che si svolge, nonostante sia complicato riuscire a cambiare le cose, non bisogna gettare la spugna.

Sogno nel cassetto?
Nonostante sia complicato far riconoscere la propria professionalità, nonostante sia complicato ricevere un giusto compenso per il lavoro che si svolge, nonostante sia complicato riuscire a cambiare le cose, vorremmo ad un certo punto poterci guardare alle spalle e sentirci soddisfatti e orgogliosi delle strade percorse.

Cosa vi ha ispirato del sito di progetto che avete scelto?
La totale marginalità, la natura che si sta impossessando della memoria, la visione quasi apocalittica del luogo.

Un progetto che vi rappresenta?
Il progetto che più ci rappresenta deve ancora essere progettato. Siamo in mezzo a un percorso di crescita e tutti i progetti fatti, più o meno riusciti, sono un contributo alla nostra esperienza. È presto però per sentirci rappresentati da un lavoro in particolare.

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