Intervista a Assia Carpano e Fabio Liberati

CARPANO_LIBERATI

Quanti anni avete?
Rispettivamente 25 e 30

Quando vi siete laureati?
Laurea triennale nel 2012 e laurea magistrale in corso

Rispetto alla vostra formazione, quanta distanza c’è tra il dire e il fare?
Assia: La scuola italiana ci ha fornito le basi teoriche per un’architettura non invasiva, silenziosa ma al contempo estremamente complessa e necessaria. La pratica influenza inevitabilmente la teoria, e viceversa.
Fabio: Sono continuamente legati, anche se apparentemente distanti. In Italia si insegna un’architettura organica, che rispetta e si affianca con forza e delicatezza a ciò che la circonda. Questi limiti ci formano come architetti del “saper fare” fondato su una cultura importantissima che ci appartiene.

Lavorate in Italia o all’estero?
Assia: L’Italia è il mio punto di partenza e il mio nido ad ogni rientro. Ho frequentato l’Ecole d’architecture de la ville & des territoires di Parigi, poi ho avuto una prima esperienza lavorativa a New York. Attualmente sono in Danimarca dove, dopo una collaborazione con lo studio danese C.F. Møller, sto portando avanti una tesi di ricerca e progettazione su un quartiere di Copenaghen, oggi in fase di urbanizzazione secondo nuovi standard abitativi. Il futuro prossimo ci vede lavorare all’estero mantenendo legami e collaborazioni con l’Italia. Il desiderio per un futuro più lontano è quello di lavorare in Italia, mantenendo legami e collaborazioni con l’estero.
Fabio: Nasco a Roma, e dopo anni, finalmente, posso considerarmi cittadino del mondo. La mia esperienze universitaria inizia nella scuola di ingegneria romana: dopo pochi anni, l’amore per l’architettura, e la curiosità per tutto ciò che mi circonda. Nel 2014 entro in contatto con Julien De Smedt per scelta e casualità. Inizia da qui la mia consapevolezza e ricerca per poter essere un buon Architetto. Bisogna saper ascoltare.
Non esistono più limiti lavorativi, soprattutto territoriali. Il presente ci permette di “essere” in più luoghi contemporaneamente. L’importante è lasciare agli altri qualcosa che esprima ciò per cui ci siamo impegnati a fondo nella nostra ricerca.

Tre ragioni per cui vale la pena lavorare in Italia e tre ragioni per cui bisognerebbe gettare la spugna?

Assia: Perché non serve andare lontano per avere ottimi spunti e riferimenti, perché ci sono situazioni italiane che meritano di esser salvate dall’architettura, perché vogliamo far parte della comunità in cui siamo nati, della complicità e dell’impegno che la contraddistingue.
Perché non si investe nella qualità dell’architettura (specialmente quella sociale), se non per dare spettacolo, perché la teoria architettonica guarda con fatica al progresso e ha paura a rompere con la tradizione, perché c’è troppo clientelismo.
Fabio: È proprio la presenza di innumerevoli problemi in Italia a dover dettare il desiderio di impegnarsi con ogni mezzo a nostra disposizione per risolvere tali criticità nel miglior modo possibile. L’architettura è il migliore strumento per reagire.
Non esiste gettare la spugna, mai. Una soluzione, anche remota, c’è sempre. Le opportunità si nascondono ovunque. Sta a noi invitarle a uscire.

Sogno nel cassetto?
Assia: Contribuire allo sviluppo di una buona architettura italiana del XXI secolo e alla sua divulgazione all’estero, senza con ciò cadere nella trappola dell’architettura mediatica. Sogno concreto, esporre un progetto realizzato a un’importante platea.
Fabio: Sogno materiale? Un auditorium. Ideale ma imprescindibile? Sogno di non dimenticare mai che l’architettura ha valore grazie alla presenza e all’utilizzo delle persone per cui è pensata e progettata.

Impressioni sul sito di progetto e i paesaggi industriali biellesi?
Assia: Luoghi la cui storia urbana e sociale del passato è una ricchezza; libri oggi incompleti, il cui secondo tomo deve essere ancora scritto, ma è indispensabile per voltar pagina, a costo di una rottura.
Fabio: Meraviglie industriali, memori della loro forza passata, e coscienti del potenziale latente che appartiene loro. Tutte quelle ciminiere volte al cielo, l’immagine di un passato in cui sputavano nuvole di fumo nero solletica l’immaginario. Ed è incredibile come ci si sente a casa, già dal primo giorno.

Un progetto che vi rappresenta?
Assia: il mio progetto di concorso per Forte Portuense Nuovi Usi a Roma, 2014
Fabio: il mio progetto di concorso per Eurogarden forest + Pavilions a Roma, 2014

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